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Perché Napoli rifiuta Napolitano

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La contestazione di massa che ha costretto Giorgio Napolitano rinunciare al tradizionale caffè di capodanno al “Gambrinus” richiede qualche spiegazione e una ricostruzione storica decente.
I protagonisti della manifestazione sono stati i comitati della “terra dei fuochi” e molti si saranno chiesti: perché se la prendono con Napolitano, quella specie di “nonno buono” ancora luciferinamente in gamba, che li ha persino citati nel suo ficchissimo discorso di fine anno?

Ci corre l’obbligo di ricordare le dichiarazioni fatte dal boss pentito Carmine Schiavone alla Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, rese nel lontano 1997 ma rimaste “secretate” fino ad oggi.
Una serie di informazioni raccapriccianti, in cui il boss dava conto della quantità immane di rifiuti tossici seppelliti in alcuni comuni tra le province di Napoli e Caserta. Il clan dei Casalesi, per “smaltire in questo modo sostanze tossiche provenienti dal Nord Italia e da mezza Europa, intascavano 500 mila lire a fusto. Il costo di uno smaltimento regolare, a quel tempo, si aggirava sui due milioni e mezzo. Un bel risparmio per le imprese, un bel guadagno per la camorra. È il mercato bellezza, che ci vuoi fare?
Il problema è che – sul mercato – la salute e la vita delle persone non valgono nulla davanti al profitto. Non è retorica “comunista”, ma una semplice constatazione che nella “terra dei fuochi” ha preso corpo manifestandosi in tumori e leucemie, con percentuali da sterminio di massa.
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Ne erano consapevoli gli stessi camorristi che lavoravano con e per Schiavone, negli anni ’80 e ’90. “Entro venti anni gli abitanti di numerosi Comuni del casertano rischiano di morire tutti di cancro” aveva spiegato Schiavone alla Commissione nel 1997. Oggi sta avvenendo. “Gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno, forse, venti anni di vita”.
Se l’aveva capito Schiavone, impossibile che non lo capissero i parlamentari che lo ascoltavano, i magistrati che ne registravano le confessioni, i ministri interessati per competenza (interni e sanità, in primo luogo), il presidente del consiglio.
Ma nulla è stato fatto per salvare quella popolazione. Uno Stato degno di rispetto avrebbe ordinato di perimetrare l’area contaminata, spostare le famiglie in altre zone, vietare la coltivazione e l’allevamento su quei terreni. Uno Stato povero si sarebbe fermato a queste misure; uno anche ricco avrebbe magari anche disposto una costosissima bonifica del territorio (circa il 10% delle due province interessate).
Cosa ha fatto lo Stato italiano da allora a oggi? Ha tenuto segreta la notizia. E basta. Ha lasciato che la popolazione continuasse ad abitare, coltivare, allevare, tirar su l’acqua dai pozzi avvelenati. E quindi ad avvelenare se stessa e tutti i consumatori dei prodotti – soprattutto quelli alimentari – lì confezionati. Uno Stato normale, alla scoperta che i vertici d’allora hanno fatto una cosa del genere, li avrebbe incriminati per una serie sconfinata di reati contro la persona, la salute pubblica, la dignità dello Stato stesso.
La classe politica italiana – vecchia e nuova – si è invece autoassolta ancora una volta. Peggio. Ha rieletto al Quirinale il ministro dell’interno d’allora, quel Giorgio Napolitano che ha ancora la faccia di ammonire, riprendere, consigliare, condannare, chiedere riforme costituzionali contro l’attuale Costituzione…
Come si può leggere ancora oggi sulla pagina Facebook del Dott. Antonio Marfella, componente del Coordinamento Comitati Fuochi e dei Medici per l’Ambiente della Campania: “Scoprire che Giorgio Napolitano era il Ministro dell’Interno all’epoca delle dichiarazioni segretate di Schiavone è una notizia che mi da un dolore profondo, insopportabile, veramente una pugnalata in petto… Ve lo giuro… Non me lo aspettavo…”.
La risposta minima a questa scoperta non poteva che essere quella di capodanno: Napolitano, a Napoli e dintorni, è da ora e per sempre “persona non grata”. Un complice consapevole di una ”epidemia procurata”. Senza nemmeno dover ricordare da chi.

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