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Inps al collasso. Addio pensioni



VALERIO LO MONACO (ilribelle.com) - Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d'anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l'interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa "azienda" fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l'intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico? Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l'argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l'Italia, e l'"azienda" con questi conti disastrati si chiama Inps.

L'istituto di previdenza, infatti, aveva a fine 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione. 

Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante. 

Inpdap profondo rosso

Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire. 

Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.

Lo Stato moroso

Il secondo dato allarmante contiene una riflessione interessante, visto che, come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende. Dunque, il grande buco dell'Inpdap - che, ribadiamo, era l'ente pensionistico dei dipendenti del settore pubblico - dipende direttamente da un elemento chiave: le pubbliche amministrazioni, da tempo e in modo diffuso, non stanno pagando del tutto i contributi pensionistici dovuti dei propri dipendenti. Si tratta di una somma stimata in circa 30 miliardi, che grava ovviamente sul bilancio già fortemente compromesso dello Stato ma che, attenzione, non è ancora stato messo agli atti, visto che proprio mediante la fusione con l'Inps è stato, per il momento, occultato.

Ora, già il fatto che le amministrazioni pubbliche non stiano versando tutti i contributi dei dipendenti, cioè che lo Stato sia moroso verso se stesso e i suoi dipendenti, è cosa che dovrebbe chiarire da sola la situazione generale. Ma che ora - ed eccoci alla riflessione poco ortodossa accennata poc'anzi - vi sia stata questa misura di accorpamento tra Inpdap e Inps fa venire più di qualche dubbio. È come se - meglio: è - lo Stato avesse scelto di prendere un proprio ente in forte deficit (nel quale da una parte doveva far confluire alcune proprie spese, cioè i contributi dei dipendenti, e dall'altra far uscire altre spese, cioè l'erogazione delle pensioni) e lo avesse inserito, come un cavallo di troia malefico, nell'altro ente (l'Inps) in cui sono i privati a far confluire i propri contributi per unire il tutto in un calderone, prossimo al collasso, sul quale far gravare un fallimento complessivo. Tra un po', in altre parole, siccome l'Inps, con il patrimonio così drasticamente intaccato e con i conti tendenziali in rosso, non potrà più erogare le pensioni, si prenderà atto della cosa dimenticandosi che buona parte di questo scenario catastrofico dipende proprio dai mancati versamenti del settore pubblico. 

Baby boomers all'incasso (forse)

Il terzo elemento, anche in questo caso assente dal dibattito e dalle analisi attuali, risiede nella constatazione che proprio in questi anni, e per il prossimo quinquennio, c'è una enorme fetta del Paese a dover andare in pensione. Si tratta della generazione dei baby boomers. Di quelli, per intenderci, che negli anni Settanta tentarono la "rivoluzione" più celebrata che concreta. E che, "una volta al potere", al posto delle rivoluzioni si sono invece premurati di mettere al riparo i propri meri interessi. Oggi, in età pensionistica, appunto, sono in procinto di passare all'incasso. Se questa massa di persone fosse messa in grado di andare dritta in pensione così come giustamente previsto, l'Inps crollerebbe in modo definitivo nel giro di qualche anno appena. Ribadiamo, infatti, che già a fine 2013 il bilancio complessivo dell'Inps è atteso a poco oltre 15 miliardi. Dai 41 di fine 2011. 

Non solo: tutte le operazioni relative al sistema pensionistico degli ultimi anni a questo punto possono - e devono - essere interpretate alla luce dei dati che ora stanno venendo fuori, ma che evidentemente già anni addietro erano ben presenti all'interno degli ambienti politici. Nel luglio del 2010, sul Mensile, pubblicammo questo articolo: "In Pensione a 100 anni" . Oggi bisogna aggiornarlo. Il tentativo neanche troppo velato, almeno per chi voglia accorgersene, è quello di evitare proprio che persone possano andare in pensione. Il che si applica facendole lavorare il più a lungo possibile, spostando sempre in là la data in cui sarà possibile andare in pensione. Con questo si otterrà il risultato di aver fatto lavorare tutta la vita le persone, facendogli versare montagne di contributi, sino al punto in cui avranno davanti ancora pochissimi anni, una volta andate in pensione, per avere indietro dallo Stato solo una piccola parte di quanto versato. Sempre che non muoiano prima sulla scrivania del proprio posto di lavoro. 

I giovani sono completamente fuori

Parallelamente, il fatto che così tante persone non possano lasciare il posto di lavoro sino di fatto alla vecchiaia comporta anche l'assoluta mancanza di turnover, e dunque pochissimo accesso dei giovani al mondo del lavoro. Come stiamo puntualmente verificando. Questi, già penalizzati dalle riforme Fornero sul lavoro che hanno aumentato le già elevate sperequazioni precedenti, tra contratti da fame a 500 euro al mese e senza alcuna possibilità di accedere a un posto di lavoro degno di questo nome, in ogni caso, ora e domani, non saranno comunque in grado di versare contributi in quantità bastante a pagare le pensioni di chi, via via, in ritardo e alla fine, comunque (per ora: almeno secondo le norme attuali) in pensione poco alla volta ci sta andando. 

Il tutto, naturalmente, contribuisce a peggiorare il quadro già disastroso dell'Inps. 

Dobbiamo a questo punto necessariamente correggerci. A destare preoccupazione sono le cose incerte. Mentre qui si può tranquillamente parlare di una certezza: l'Inps sta finendo nel buco nero statale e dunque le pensioni non potranno essere più erogate a breve. Molto a breve, a meno di stravolgimenti sistemici (uscita dall'Euro e ripresa della sovranità monetaria, ad esempio) che per ora comunque non sono all'orizzonte. Il che apre scenari non preoccupanti, ma terrorizzanti. Nel silenzio generale di chi sa ma non vuole far sapere. 

Valerio Lo Monaco
Fonte: www.ilribelle.com
26.03.2013 


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Il paese affonda e loro...parlano, parlano...

I
Insulti in rete, attacchi sui media e polemiche, polemiche, polemiche. Una politica da sala da biliardo, da “Repubblica delle Banane”. Sembra che nessuno si renda conto che non si può più aspettare per iniziare a discutere di temi ormai vitali e lo si deve fare a prescindere da chi o quando formerà un Governo. Il dibattito deve essere centrato sui temi economici e politici caldi, dalla disoccupazione dilagante alla mini depressione economica, fino alla legge elettorale.
Si ha sempre l’impressione che il Paese sia ancora in campagna elettorale, la stessa di sempre: molto fumo e pochissimo arrosto. Intanto il tempo passa, il pallottoliere del debito sale, siamo ormai quasi arrivati a 2.050 miliardi, ed il Fiscal Compact è sempre lì, nella nostra Costituzione, senza che la maggior parte dei cittadini si renda conto di ciò che significa per il loro presente e il loro futuro, e soprattutto senza che nessuno si senta in dovere di spiegarglielo. Tra un paio di mesi si dovranno fare i tagli ed a quel punto tutti questi personaggi che oggi osanniamo o vituperiamo che faranno? Esattamente quello che hanno fatto gli altri prima: si piegheranno ai voleri di Bruxelles. Tra tutti i partiti che si stanno contendendo il Governo dell'Italia, nessuno ha un programma economico reale e ben sviluppato, nessuno ne parla, perché la ragione che prevale non è salvare il Paese ma non perdere voti. Abbiamo 2050 miliardi di debito, il fiscal compact, il pareggio di bilancio, lo spending review, la legge Salva Stati che ci costringe a pagare più di quanto ci dà, un dato allarmante sulla povertà e nessuno sta proponendo soluzioni. È necessario un intervento immediato sull'economia, piuttosto che la riduzione del 50% dello stipendio del Presidente del Senato. Il paese ha bisogno di un nuovo paradigma, cambiare la composizione del Parlamento è importantissimo, dobbiamo mandare tutte queste sanguisughe a casa. ma è anche importante, nel frattempo, iniziare a lavorare ai progetti di politica economica, politica industriale, monetaria, relazioni con l’UE e così via . Non ci servono i tecnici ma uomini e donne con una mente abbastanza libera e coraggiosa da essere capaci di ‘vedere’ una strada alternativa, possibile e realista per portare il Paese in salvo da questa palude, e capaci di lavorare insieme per tracciare la mappa dettagliata di quella strada. Una mappa di decisioni che riportino l’economia al servizio del benessere invece che della finanza, di progetti che valorizzino il patrimonio unico del nostro Paese a favore della collettività, che in parte l’ha ereditato ma anche in buona parte costruito con le proprie tasche, e non dei pochi che stanno sbavando per accaparrarselo. Costoro debbono mettersi in ascolto con gli imprenditori che perdono le imprese, ma anche con quelli che incredibilmente le hanno salvate mettendosi in rete con altre imprese, coi lavoratori che perdono il lavoro, coi giovani laureati che non lo trovano. Noi dobbiamo avere una visione d’insieme della nostra economia e di quella europea e su quella base sviluppare un nuovo modello economico da proporre a tutta la periferia altrimenti finiremo come la Grecia o Cipro, senza alcun potere contrattuale . Spegnete le TV quando si parla di propaganda, e cioè quasi sempre. Esigete un dibattito ad alto livello! - democrazia vendesi
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Modena, nasce il supermercato per disoccupati dove si paga prestando lavoro

Modena, nasce il supermercato per disoccupati dove si paga prestando lavoro.E' un idea che in tempo di crisi economica potra' aiutare tutti coloro che non arrivano a fine mese.Hamburgher, prociutto e insalatina in cambio di volontariato per far decollare un progetto che si propone di cambiare lo schema tradizionale del consumo: le famiglie avranno a disposizione gratuita una tessera e un tot di bollini per fare la spesa nell’arco di un anno. In cambio di lavoro e collaborazione.

Il modello è destinato a essere sostenibile solo con il contributo di tutta la comunità cittadina. E fondamentale è il supporto fornito dalle tante associazioni nate per far fronte all'emergenza economica. Il veicolo di solidarietà è il sito PortobelloModena.it sul quale è possibile dare il proprio contributo donando la spesa oppure facendo una donazione di denaro. O anche offrire il proprio tempo, cioè proporsi fare volontariato.
E quest'ultima, secondo Morselli, è una tappa obbligata. La chiave della sostenibilità del progetto.
«Se mancano i fondi e gli aiuti a livello statale, bisogna che siano i cittadini a rimboccarsi le maniche».
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Abolito il segreto bancario per i comuni mortali: privacy addio, ecco cosa saprà lo Stato di noi



Perché per i comuni mortali? Ovvio: i grandi patrimoni sono all’estero, nei paradisi fiscali, proprio per evitare “fastidiose” intrusioni da parte del Fisco italiano. Che invece ora potrà ficcare il naso nei nostri conti correnti. Ecco come e con quale obiettivo.


Manca soltanto la firma del direttore dell'Agenzia delle Entrate sul provvedimento. Poi saluteremo definitivamente la nostra privacy bancaria. In nome della lotta all'evasione, tutte le spese effettuate con la carta di credito finiranno all'anagrafe tributaria. 

Lo Stato, così, avrà accesso a tutti i dettagli della nostra vita privata, compresi quelli più insignificanti. 

Dopo l'ok delle Entrate resterà un dubbio da sciogliere sulla modalità di trasmissione dei conti scudati. Non si è deciso se chiedere una trasmissione a saldo zero, oppure obbligare anche all'indicazione dei saldi.

COSA VI SPIERANNO - Ma l'elenco dei movimenti che andranno all'anagrafe tributaria è molto ampio. Non si tratta soltanto dei movimenti della carta di credito.



Nell'occhio del Fisco ci sarà anche il conto corrente, il conto deposito titoli e obbligazioni, il conto di deposito a risparmio libero o vincolati, la gestione patrimoniale, i buoni fruttiferi postali, azioni, le cassette di sicurezza, i bancomat, i contratti derivati, le garanzie, i crediti, i finanziamenti, i fondi pensione, le partecipazioni, i prodotti assicurativi, l'acquisto di vendita di oro e metalli preziosi e chi più ne ha più ne metta. 

Un'infinita sequela di dati a piena disposizione del Fisco e dello Stato, lo stesso Stato che però non ha ancora mosso un dito in nome della trasparenza dei bilanci della cosa pubblica, che non ha ancora mosso un dito in nome della trasparenza dei bilanci dei partiti politici e di come gli stessi partiti utilizzano i vari rimborsi di cui godono.

La legge di Monti - come detto - e questo è uno dei punti più controversi - anche gli accessi alle cassette di sicurezza saranno monitorati dall'anagrafe tributaria. 

Gli intermediari finanziari, a cui spetterà il compito di trasmettere le informazioni, faranno partire i dati dal 2011. E con essi il saldo attivo o passivo che sia sul depisoto dei titoli e di tutte le operazioni registrate sul conto corrente. 

Quello che una volta era il segreto bancario viene smantellato, distrutto, soppresso in nome della lotta all'evasione fiscale. 

Ora siamo ai dati di partenza: dopo la firma di Attilio Befera nascerà l'anagrafe tributaria ideata con la legge 214 del 22 dicembre 2011, ideata dal governo di Mario Monti e dai suoi tecnici.



INCOMPATIBILITA' REDDITUALE - Tutti i dati verranno incrociati, e anche con l'ausilio del redditometro l'obiettivo è far emergere tutte le situazioni reddituali di incompatibilità rispetto ai dati finanziari forniti. 

Un occhio di particolare riguardo sarà puntato su chi sta svolgendo un'attività soggetta agli studi di settore e non risultarenno non in linea con quanto stimato da Gerico. 

L'incognita sull'utilizzo dell'anagrafe fiscale è relativa ai problemi che potrebbero realizzarsi in relazione ai periodi di imposta 2009-2010, anni in cui opera il nuovo redditometro ma senza l'ausilio delle nuove comunicazioni periodiche dei dati di natura finanziaria.

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Ruba un pezzo di formaggio per fame… “ARRESTATA”.



Di Andrea Mavilla - andreamavilla.com
Il suo nome è Angela, è una donna una 51enne disoccupata, l’azienda per cui lavorava ha dovuto tagliare il personale, ed Angela si è trovata senza soldi e lavoro.
Angela per sfamare i suoi 2 bambini non ha resistito, una volta entrata all’interno del supermercato, ha fatto il giro dei reparti, poi giunta a quello dei “freschi” s’è ritrovata di fronte ad una forma di formaggio. Non ha resistito e l’ha presa. Ma Angela stata notata. La donna è uscita dal market, nel frattempo sono stati avvertiti i carabinieri, che notandola l’hanno fermata, recuperando anche il formaggio dal valore di € 4,78 centesimi, poi restituito al titolare del market. 
Portata alla Stazione dei carabinieri di Montemiletto, Angela confessa le sue colpe: “É la prima volta, credetemi, non sono un ladra ma sono senza lavoro e senza soldi, non abbiamo nemmeno un pezzo di pane da mettere sotto ai denti, oggi mi trovo qui a rubare un pezzo di formaggio per mangiare, mi vergogno molto“.
Angela è stata arrestata per il reato di furto.
Non voglio giustificare chi ruba, ma permettetemi di esprimere una considerazione personale. Voglio spezzare una lancia a favore di tutta quella gente disperata che a causa della crisi economica non ha letteralmente cosa mettere in tavola, quella gente a cui non manca la voglia di lavorare e guadagnarsi da vivere, ma a cui manca la possibilità di farlo. 


  • Cari amici, il gesto di questa donna di Montemiletto è solo il simbolo di una parte dell’Italia che è ridotta veramente in situazioni economiche drammatiche, in totale dissonanza con il denaro pubblico sprecato e male usato, denaro pubblico che potrebbe essere messo a disposizione di quelle povere persone che non hanno cosa mangiare all’ora dei pasti.
I nostri rispettosissimi Onorevoli, Parlamentari e Senatori, rubano alla luce del sole “SOLDI PUBBLICI”, soldi di tutti noi comuni cittadini… ma sembrerebbe che per loro non si aprano mai le porte del carcere, ma quelle del Parlamento.
Oggi la mia comprensione va a queste famiglie distrutte, il mio disprezzo a quelle persone che l’hanno attivamente causata.
Fonte: andreamavilla.com
nocensura.com
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Italiani sempre più in crisi, ma Equitalia alza tassi di mora +15%


ROMA (WSI) - La crisi incalza in Italia, i cittadini sono vessati dalle tasse e da un tasso di disoccupazione a livelli record, ma Equitalia ha deciso di aumentare i tassi di interesse di mora, a partire dal primo maggio, con il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, che parla di un incremento previsto dalla legge.

In questo modo, il tasso di interesse che si applica sui pagamenti che arrivano in ritardo passerà 4,55% al 5,22%, balzando dunque di ben +15%. Immediata la reazione delle associazioni dei consumatori.

"Una vera e propria assurdità. Piove sul bagnato", commentano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef. "Piuttosto che pensare ad aumentare i tassi di mora –affermano – Equitalia dovrebbe dare la priorità ad una decisa riorganizzazione della struttura, migliorando i pessimi rapporti con il pubblico".

E se Equitalia non darà risposte, le due associazioni "avvieranno tutte le iniziative necessarie per tutelare le famiglie". "Non bastava l’aumento dei prezzi e delle tariffe, la caduta verticale del potere di acquisto (-14,1% dal 2008) e l’incredibile livello raggiunto dalla pressione fiscale nel nostro Paese, con aumenti solo nel 2013 di 421 euro". Ma ora anche Equitalia, "dà un ulteriore contributo per accrescere la preoccupazione e lo stato di vera e propria esasperazione in cui si trovano le famiglie".
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La regione Sardegna restituisce l’IMU


Contro il mare di chiacchiere più o meno serie, sembra che ci sia qualche politico che si muove e che cerca di dare una mano al suo popolo. Questo è un esempio che tutti quelli che hanno a cuore il benessere dei propri concittadini dovrebbero imitare, il resto sono solo chiacchiere e, francamente, ci siamo stufati di ” pettegolezzi” da zitella acida ( senza nessuna offesa per le nubili ). Claudio Marconi
Questa mattina è stata approvata la
Finanziaria 2013 della Regione Sardegna. La nuova giunta guidata dal presidente Ugo Cappellacci (la terza dal 2009) attraverso la riscrittura del Patto di stabilità con una norma unilaterale punta al recupero degli oltre 900 milioni di euro attualmente bloccati dai vincoli di spesa che lo Stato centrale deve alla Regione.

Dal recupero di questi soldi dipenderà anche la promessa fatta dallo stesso Cappellacci di restituire l’IMU ai sardi. Nel caso di un recupero di questo credito (che si prospetta tutt’altro che scontato) un pacchetto da 100 milioni di euro serviranno infatti per la restituzione della tassa sulla casa, attraverso un contributo pari a quanto pagato, per tutte le famiglie che hanno dichiarato un reddito Isee inferiore a 20 mila euro.
Altre novità sono il cosiddetto reddito di comunità per circa diecimila giovani disoccupati che potranno utilizzare la moneta complementare introdotta nell’Isola, il Sardex, per usufruire di una sorta di baratto di vari servizi e il fatto che la nuova giunta regionale lavorerà senza ricevere nessuna indennità, ma solo un compenso di un euro per ogni assessore. La manovra, il cui disegno di legge sarà trasmesso entro questa settimana al Consiglio regionale per avviare l’iter di approvazione in Aula, contiene anche il credito d’imposta per nuove assunzioni a tempo indeterminato, l’istituzione dell’Agenzia regionale delle Entrate in sostituzione di Equitalia, la riproposizione del microcredito e un piano straordinario per il lavoro.
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Le banche lucrano anche sui cassintegrati



Più le aziende falliscono, più i lavoratori vengono mandati a casa e più le banche fanno i salti di gioia. La cinica storia delle leggi dell’economia non guarda in faccia alle imprese che muoiono sotto la morsa stretta dello Stato e delle banche. Anzi gli Istituti di credito hanno creato una vera e propria lobby di guadagno intorno agli ammortizzatori sociali: spesso l’Inps – ovvero lo Stato – a causa dei debiti non ha sufficiente denaro da stanziare per la cassa integrazione. Ecco che ad hoc arriva la banca-piovra che anticipa il denaro con tassi di interesse variabili, tutto guadagno per loro. E intanto in tempi bui come questo, anche le banche sono costrette a mandare a casa i dipendenti. A pagarne le spese sempre i più anziani, gli esodati delle banche.
 di Maria Cristina Giovannitti
La richiesta di cassa integrazione non è mai indice positivo per un Paese, così come non lo è per l’Italia. Intanto secondo i dati riportati dai sindacati il 2013 vede un aumento esponenziale di richieste di ‘aiuti sociali’ per i lavoratori: 90 milioni di ore di cassa integrazione, una crescita del 61,6% in più rispetto al 2012, in cu le ore erano - solo – 54 milioni di ore. Insomma questo dato ci dice: “C’è poco da essere felici”. E così se il 2012 è stato l’anno della crisi, il 2013 si prospetta l’anno della degenerazione economica a quanto pare. Una situazione drammatica che, però, giova solo alle ciniche leggi bancarie.
 LA LOBBY DELLE CASSEINTEGRAZIONI E IL BUSINESS DELLE BANCHE – Gli Istituti di credito sono gli unici a ricavare qualcosa dal fallimento delle imprese e dalla disoccupazione. A causa del debito pubblico che lo Stato ha accumulato, si hanno forti difficoltà nello stanziare fondi da destinare agli ammortizzatori sociali. In questo complesso e collassato sistema di crisi economica, entra ad hoc la banca-piovra che propone le anticipazioni sociali non senza guadagno, ovvio.
Per elargire questo denaro  ci sono i tassi di interesse che variano da banca a banca ed oscillano tra i 14 ed il 22% dei profitti. Per cui, chi meno, chi di più ma tutti gli istituti di credito guadagnano anticipando denaro da destinare agli ex lavoratori. Inoltre dopo sette mesi dall’accordo stipulato tra la Regione e gli enti locali per la concessione di questo fondo sociale, il conto da gratuito si trasforma in un normale conto bancario con tutti i suoi pro e contro.
Insomma un vero business sulle spalle della crisi economica: lo Stato non ha denaro per garantire gli ammortizzatori sociali e quello che ha serve per pagare i debiti passati, la crisi economica aumenta il fallimento delle imprese ed è in incremento la disoccupazione. In tutto ciò a sfregarsi le mani sono proprio le banche: nel febbraio 2013 si è avuto un vero boom di richieste di cassa interazioni arrivate al più 49%. Aumentano le ore di cassa integrazione al nord – cuore dell’economia italiana – con un più 4,5%, rispetto al sud che sta al 4,1%. Drammaticamente esplode la richiesta di cassa integrazione a febbraio 2013 del più 49% rispetto a gennaio, felicemente cresce il profit delle banche.
ANCHE LE BANCHE NON BATTONO CASSA – O dalla ricchezza o dalla disperazione ma comunque la banca, per forma mentis, deve comunque guadagnarci. Un necessario profitto in un periodo di recessione economica che coinvolge anche loro, infatti anche gli istituti di credito non battono cassa. La crisi tocca anche loro che si vedono costretti a tagliare, licenziare, mandare in prepensionamento.
I numeri sono questi: 23 mila dipendenti bancari licenziati in particolare 4 mila per Intesa SanPaolo, 2400 lavoratori in Unicredit e 1660 per il Monte dei Paschi di Siena; mentre una buona fetta di 20 mila lavoratori saranno licenziati entro il 2017. Ovviamente questi tagli colpiscono soprattutto i lavoratori più anziani che contribuiscono ad aumentare il numero di esodati. Stando alle testimonianze dei sindacati Uil e Cgil molti dipendenti dirigenti accettano un demansionamento pur di non perdere il lavoro.



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