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il “piano del lavoro” di Renzi? Salario a 800 euro

Manca solo l’ufficialità. Ma quando i segnali cominciano a ripetersi in modo univoco, su media diversi, nella realtà quotidiana delle “relazioni industriali” e nelle crisi aziendali, si può ad un certo punto trarre la conclusione logica: hanno deciso di fare una certa cosa e stanno preparando il terreno per renderla socialmente “accettabile”.


La “cosa” è un salario di 800 euro al mese per otto ore di lavoro, quasi nessun contributo previdenziale e Irpef ridotta al minimo.
La convergenza dei “segni” è riconoscibile nella prima proposta Electrolux per i suoi stabilimenti italiani: “o salari di 800 euro al mese o ce ne andiamo dall’Italia”. Nelle interviste ad Oscar Farinetti, il patron di Eataly, sponsor personale di Matteo Renzi e suo consigliere fidato per “il rilancio dell’economia”, che già applica questo “contratto aziendale” nei suoi ristoranti.
E ora è stata esplicita – con tanto di argomentazioni macro, schemini numerici, giustificazioni ad hoc, controdeduzioni preventive – da Luca Ricolfi su La Stampa. Ovvero sull’house organ di Fiat, faro “innovatore” nelle relazioni industriali italiani cui si deve quel “modello Pomigliano” che da “eccezione irripetibile” è diventato ora “testo unico” concordato tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Altri segni, uguale “shock”, stesso bersaglio: i lavoratori, la loro possibilità di organizzarsi, le loro condizioni di vita e salariali.
Analizziamo la proposta di Ricolfi in dettaglio, certi che ce la ritroveremo nei prossimi giorni, con poche varianti, sventolata dai banche del consiglio dei ministri.

La premessa è sistemica e veritiera: dato che la spesa pubblica nazionale è ormai confinata dal controllo dell’Unione Europea, ogni progetto di rilancio dell’economia si scontra con limiti ferrei di bilancio, ossia con una “torta” di taglio limitato entro cui ogni “progetto” comporta il “sacrificio” di qualcos’altro. Detto altrimenti: “identificare uno o più soggetti da tartassare con nuove tasse, o una o più voci di spesa da tagliare”. Riassunto nostro: quali figure sociali bastonare e quali “premiare”.
Tutto ciò è dentro una “logica redistributiva”, “da ragionieri”, spiega Ricolfi. Meglio pensare a come “cucinare una torta più grande”, invece che come tagliare diversamente sempre la stessa, piccola. Come dargli torto?
Non basta nemmeno la principale idea partorita dal nuovo governo: tagliare il “cuneo fiscale del 10%” (lasciando come sempre nel vago quale percentuale – di questo taglio – dovrebbe andare alle imprese come minore contribuzione e quanto ai lavoratori come più soldi in busta paga. Quel 10%, infatti, ciìorrisponden né più né meno che al 2% del costo del lavoro reale. Quale imprenditore assumerà mai qualcuno in più, con un vantaggio così ridotto? Nessuno, è chiaro.
Quindi ci vuole di più, “una proposta shock”, appunto.
E Ricolfi la spiega. Con un trucco retorico un tantinello infame, ma anche piuttosto palese. Dice infatti: “la quota del costo del lavoro che lo Stato lascia nelle tasche dei lavoratori è straordinariamente bassa, al limite della rapina”. Applausi, prego! E’ verissimo… La differenza tra lordo e netto, in busta paga, può variare dal 30 al 50%, a secondo dei contratti.
L’idea di Ricolfi è: questa differenza deve essere soltanto del 20%. Applausi scroscianti dagli spalti e dalle curve, finalmente salari più alti, si riprende a consumare e quindi si rilancia anche la produzione manifatturiera destinata ai consumi interni, ecc…
Non proprio. Se la proposta si riferisse ai salari contrattuali in essere, l’applauso avrebbe qualche giustificazione. Ci sarebbe comunque il problema delle minori entrate fiscali per lo Stato e per l’Inps, con tutti i problemi immaginabili sui cnti pubblici e l’erogazione delle pensioni; ma chi ha la vista corta (da qui alla fine del mese) avrebbe qualche ragione per festeggiare, sia pure per poco tempo.
Non è così. E qui sta l’infamia di qeuell’approccio.
Ricolfi propone infatti di applicare questo “cuneo fiscale ridotto” a dei contratti “nuovi nuovi”, mai visti prima in Italia, che chiama “maxi job”, con l’esplicito intento di differenziarli dai “mini job” tedeschi. Perché “maxi”? tenetevi forte: perché si tratterebe di “un contratto a tempo pieno, con una busta paga non inferiore a 10.000 euro annui, mediante il quale il lavoratore trattiene in busta paga l’80% del costo aziendale e la Pubblica amministrazione incassa il resto, in parte come Irpef (che va allo Stato), in parte come contributii sociali (che vanno all’Inps).
Insomma: godete, lavoratori! potrete trattenere l’80% del lordo, invece che il 50 o il 70!
Noi lavoriamo e siamo abituati a guardare anche la “cifra assoluta”, non soltanto la percentuale. E per noi uno stipendio da “10.000 euro annui” significa un salario mensile da 833 euro al mese, senza tredicesima, oppure uno da 769 con la tredicesima… Per otto ore al giorno, e senza stare nemmeno a discutere di festività, ferie, orari, turni, ecc.
Compresa, ora, l’infamia?
La condizione che il salario pagato “non sia inferiore ai 10.000 euro annui” si giustifica con la realtà dell’imprenditore medio italiano, pronto ad offrire – molti di voi ce ne scrivono tutti i giorni – anche molto meno (per otto ore al giorno).
In più, la durata complessiva di questi “contratti” non dovrebbe essere superiore ai quattro anni, anche in periodi non continuativi. Per “sicurezza”, a condizione che “le assunzioni effettuate mediante il maxi job incrementino l’occupazione aziendale rispetto a quella dell’anno precedente”.
Le obiezioni sono infinite, naturalmente. E Ricolfi prende in considerazione quella più evidente: se lo Stato e l’Inps incassano meno, come si possono reggere i loro bilanci?
Semplice: se aumentano – grazie a questo regalone per le imprese – gli occupati, avremo una platea di contributori più ampia, e quindi quel che verrà incassato di meno “a testa” verrà alla fine “pareggiato” dai nuovi assunti. Siamo diffidenti, lo ammettiamo: quanti dovrebbero essere questi nuovi assunti, per andare pari? Ricolfi li quantifica in un 33% in più, in base al semplicistico ragionamento per cui – se un imprenditore aveva deciso di assumere 3 nuovi lavoratori – con i “maxi jobs” potrebbe prenderne quattro. Sembra un po’ il Berlusconi ottimista che voleva creare “un milione di posti di alvoro” invitando ogni impresa ad assumerne uno…
Nella realtà produttiva, ogni impresa assume il numero di persone di cui ha bisogno per coprire determinate mansioni. Il “costo” alto può scoraggiare l’assunzione anche quando si ha bisogno di manopera in più, ma in quel caso si ripiega rapidamente sugli “straordinari”. Un “costo basso”, invece, di per sé, non è un “incentivo all’assunzione”, ma solo una riduzione dei costi del personale.
Dal lato del lavoratore – cui con tanta preoccupazione Ricolfi fa finta di rivolgersi all’inizio del suo pezzo – c’è poi un secondo problema: se la contribuzione previdenziale è così bassa, ne risentirà del pari anche il suo assegno pensionisti finale, visto che il “metodo contributivo” è su questo punto alquanto spietato. La risposta è agghiacciante, nella sua frivolezza: “dal momento che il maxi job non può essere usato dal lavoratore (eddài!, ndr) per più di quattro anni, in nessun caso il periodo di bassa contribuzione può superare il 10% della vita lavorativa”. Che sarà mai… Ci piacerebbe conoscere la busta paga e quindi il livello di pensione attesa da Ricolfi; deve essere davvero soddisfacente, se pensa di poterne sacrificare con tanta spensieratezza il 10%.
Non è finita. Anche la “condizione” posta (“che le nuove assunzioni incrementino l’occupazione aziendale”) non sembra affatto ferrea. L’intenzione dichiarata è quella di impedire che l’impreditore faccia troppo il furbo, licenziando dipendenti che godono dei contratti “regolari” per sostituirli con altri “maxi jobbati”. Ma detta come è detta, nulla impedisce all’imprenditore di fare esattamente questo, avendo l’unica accortezza di assumerne uno in più di quanti ne mette fuori.
Inutile andare oltre nell’analisi di una proposta così. Quel che ci interessa evidenziare è l’obiettivo dichiarato (un “contratto-tipo” da 800 euro al mese per otto ore di lavoro), chiamando immediatamente alla mobiltazione quando – la prossima settimana, più o meno – Renzi tirerà fuori dal cassetto qualcosa di abbastanza o molto simile.

Claudio Conti - http://www.contropiano.org/

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