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Mentre il Papa critica “l’avidità del denaro”, lo Ior (la Banca vaticana)raddoppia gli utili

“L’avidità del denaro è la radice di tutti i mali”. Fu il monito pronunciato da Papa Francesco nella sua omelia a Santa Marta il 19 ottobre 2013. Il pontefice argentino in quell’occasione colpì i media per aver puntato il dito anche contro i cultori del denaro all’interno della Chiesa: “L’amore per il denaro fa commettere peccati anche a sacerdoti e vescovi. Quando questa avidità prende il sopravvento, ecco che gli uomini diventano corrotti nella mente e privi della verità, e tendono a considerare la religione come fonte di guadagno”. La cosiddetta Banca Vaticana, tecnicamente non lo è ma poco importa, ha voluto parafrasare il messaggio del Papa due giorni fa: il guadagno è fonte della religione.

Lo Ior, l’Istituto per le Opere di religione, ha più che raddoppiato il proprio bilancio nel 2016: l’esercizio si è chiuso con un utile netto di 36 milioni di euro (16,1 nel 2015). Un aumento netto rispetto allo scorso che secondo l’Istituto “è imputabile al miglioramento del risultato dell’attività di negoziazione, alla rideterminazione di una passività stimata nel 2015 inerente l’esposizione fiscale nei confronti di altri paesi ed alla diminuzione delle spese amministrative. La diminuzione del margine di interesse e delle commissioni nette hanno parzialmente controbilanciato il risultato positivo”. Lo dice la nota dello Ior, presieduto da Jean Baptiste de Franssu.

“Noi ci allontaniamo dall’amore di Dio quando andiamo alla ricerca ossessiva dei beni terreni e delle ricchezze, manifestando così un amore esagerato a queste realtà”. Tuonava Papa Francesco lo scorso 26 febbraio in visita alla parrocchia anglicana All Saints. Guai all’amore per la ricchezza, niente ricerca ossessiva dei beni terreni. Probabilmente allora lo Ior non si sarà affannato per ottenerli. Saranno arrivati nelle casse vaticane così, come una manna dal cielo. Quello però che più colpisce, non è tanto l’aumento degli utili dell’Istituto, quanto il bluff sulla cosiddetta bonifica del denaro in nero, dei conti legati a paradisi fiscali, dei 15 mila conti aperti “non più anonimi, non più intestati a nomi fittizi”. Teoricamente un gran bel repulisti, nei fatti un nulla di fatto, tutto come prima. Tecnica gesuita, retorica francescana.


E dire che sempre lo scorso febbraio, in vista della quaresima, Papa Francesco volle diffondere un messaggio pauperistico citando San Paolo: “Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace”. Siamo sicuri che i soldi entrati nel 2016 nelle casse vaticane serviranno ad esercitare la solidarietà con gli altri. A pensar male si fa peccato, quindi evitiamo di azzeccarci.

Eugenio Palazzini

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